L’inganno nel piatto

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L’inganno nel piatto

Continua la lotta tra grassi e carboidrati, ma oggi finalmente si è scoperta un’amara verità: non più gli studi scientifici, ma a quanto pare l’industria alimentare è ormai talmente potente da decidere lei stessa cosa dobbiamo mangiare e cosa no.

A chi non è mai stato detto di usare poco olio per stare attenti alla linea o per abbassare quel colesterolo nel sangue che proprio non vuole scendere? Bhè a quanto sembra abbiamo sbagliato tutto, proprio tutto, in buona fede però. In buona fede perché sono più di 50 anni che ci dicono e consigliano di fare così. Ci hanno spinti a scegliere tutti prodotti a basso contenuto in grassi, o low fat, per dirlo all’anglosassone: biscotti senza grassi, formaggi magri, yogurt magri, poco olio, frutta secca ogni tanto, perché si sa, i grassi ingrassano e fanno male!

Finalmente però, qualche giorno fa è stato svelato l’inganno: a quanto pare sono infatti più di 50 anni che l’industria dello zucchero per nome della Sugar Resarch Fondation influenza le ricerche scientifiche proprio sullo zucchero.

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Cominciamo dall’inizio. Nel 1950 gli alti tassi di malattie coronariche negli uomini americani, portarono ad analizzare, tramite studi, il ruolo di diversi fattori dietetici su queste malattie: colesterolo, fitosteroli, calorie in eccesso, aminoacidi, grassi, carboidrati, vitamine e minerali. Nacquero così 2 linee di pensiero: chi sosteneva fossero i grassi responsabili di tale epidemia di malattie cardiovascolari, chi invece gli zuccheri aggiunti. Tuttavia nel mondo scientifico si accumulavano sempre più studi ed evidenze che puntavano il dito proprio contro lo zucchero.

L’industria dello zucchero (Sugar Research Fondation) preoccupata incaricò subito 2 docenti di nutrizione dell’Università di Harvard per pubblicare una review (cioè una revisione scientifica di tutti i lavori pubblicati fino a quel momento) sul metabolismo dei carboidrati e del colesterolo, che però in primis smentisse il ruolo dello zucchero nella genesi delle malattie cardiovascolari: i due non ebbero lavoro facile in quanto sempre più prove collegavano lo zucchero con queste malattie. I docenti per questo lavoro, vennero profumatamente pagati: 3700 dollari e 7500 dollari, metà subito, metà a report pubblicato.

Il lavoro finale fu pubblicato nel 1967 dalla rivista New England Journal of Medicine (NEJM) e non vi si faceva alcun riferimento al finanziamento dato dai ricercatori da parte della Sugar Research Fondation. La review arrivava alla seguente conclusione: non vi è “alcun dubbio” che l’unico intervento dietetico necessario per diminuire le malattie cardiovascolari sia quello di ridurre il colesterolo nella dieta e sostituire i grassi saturi con i grassi polinsaturi.

In pratica la stessa industria dello zucchero sponsorizzò questo studio pilotandone i risultati, e accusando i grassi di esser colpevoli dell’aumentata prevalenza di malattie cardiovascolari nella popolazione.

E a grandi linee le stesse cose si leggo ancor oggi sul sito della World Sugar Research Organisation (WSRO) –Organizzazione mondiale di ricerca sullo zucchero (organizzazione supportata a livello mondiale dall’industria dello zucchero):

 “There is good evidence that moderately low-fat, high-carbohydrate diets, rich in fruit and vegetables, reduce the risk of coronary heart disease […]. Sugar can make a low-fat diet more palatable.”

“Ci sono buone evidenze che una dieta moderatamente bassa in grassi, ad alto contenuto di carboidrati, ricca di frutta e verdura, riduca il rischio di malattia coronarica […]. Lo zucchero può rendere una dieta povera in grassi più appetibile.”

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Nel report venivano anche analizzati, sminuendone i risultati o lanciando dubbi sulla validità scientifica, i vari studi condotti da diversi ricercatori che arrivavano (ovviamente) alla conclusione opposta: dati discutibili, errata interpretazione dei risultati, prove sperimentali inconcludenti a causa di studi troppo brevi, difficoltà ad additare una sola causa per una malattia con-causata da molti fattori. Infine gli autori criticavano anche il fatto che negli studi sperimentali fosse utilizzato il fruttosio o il glucosio, non il saccarosio, e che un conto è vedere cosa succede agli animali, ma affare ben diverso sono gli uomini. Secondo i due docenti inoltre non era neanche corretto tenere in considerazione i lavori che valutavano i livelli di trigliceridi nel sangue ma solo quelli che analizzavano i livelli di colesterolo (e questo a ragione, ad Harvard di nutrizione qualcosa ne sanno: infatti molto più i trigliceridi, rispetto al colesterolo, si alzano in seguito all’assunzione di zuccheri semplici, questi poi solo in seguito influenzano, alzandolo, il colesterolo totale).

Questo lavoro ha quindi servito gli interessi dell’industria dello zucchero, sostenendo che gli studi epidemiologici, su animali e meccanicistici che associano il saccarosio con aumentato rischio di malattia coronarica erano limitati, il che implicava che non dovessero essere inclusi in una valutazione probatoria sul saccarosio e i rischi di malattia cardiovascolare.

E non finisce qui: nel 1971, l’industria dello zucchero influenzò il Programma Nazionale sulla carie del National Institute of Dental Research per spostare l’attenzione verso interventi diversi dalla limitazione del saccarosio per la prevenzione delle carie. Anche la FDA (Food and Drug Administration) nel 1976 fece una valutazione positiva sul saccarosio. Nel 1980 vennero pubblicate le prime linee guida dietetiche per gli americani che sottolineavano l’importanza della riduzione dei grassi totali, dei grassi saturi e del colesterolo per la prevenzione cardiovascolare, a favore dell’aumento dei carboidrati.

Cosa ha portato la pubblicazione di queste linee guida? Certamente ad un aumento del consumo di carboidrati e zuccheri a discapito dei grassi da parte della popolazione, con un conseguente aumento delle entrate nelle tasche dell’industria dello zucchero. In America il consumo di carne rossa diminuì, le uova a colazione furono rimpiazzate dai cereali, il latte intero sparì quasi completamente dalle tavole, nelle scuole veniva distribuito latte scremato con cacao e zucchero.

Cosa è successo alla popolazione americana?

Lo stato di salute non solo non è migliorato, ma negli anni è addirittura peggiorato: il diabete di tipo 2 è aumentato del 166% dal 1980 al 2012, un terzo degli americani intento sono diventati obesi e le malattie cardiovascolari sono ancora la prima causa di morte nella popolazione.

Il danno fatto non è quindi stato da poco: spesa sanitaria alle stelle oltre a decenni persi a valutare come lo zucchero possa influenzare la salute cardiovascolare quando le prime risposte ci erano state già date almeno 50 anni fa.

Una guerra combattuta ad armi impari contro i mulini a vento: evidenze scientifiche decennali a cui se ne accumulano e accumuleranno altre ed altre ancora puntualmente mascherate o peggio smentite, e così ci ritroviamo ancora oggi nel 2016, in balia di centinaia di dubbi su ciò che ci fa bene o male, delegando a chi guida i nostri consumi e le nostre scelte a tavola, di decidere sulla nostra salute, come burattinai in un teatro dove noi siamo i burattini.

Grassi si o grassi no?

Possiamo finalmente assegnare bandiera bianca ai grassi, redimerli dal peccato originale e riportarli sulle nostre tavole. Facendo però attenzione a quali scegliere: frutta secca, semi, olio extravergine di oliva, olive, un buon burro fatto con latte di mucche allevate al pascolo, tra quelli della nostra tradizione. Per dare spazio anche a cocco e avocado. E sempre bene invece tenersi lontani da oli di semi raffinati (oli non spremuti a freddo, come l’olio di semi di girasole che quotidianamente vediamo in tutti i supermercati o gli oli vegetali che troviamo soprattutto nei prodotti da forno confezionati). E i carboidrati? A loro è necessario prestare più attenzione invece: infatti i carboidrati, soprattutto quelli semplici come lo zucchero, gli sciroppi, le bevande gassate zuccherate giocano un ruolo chiave sull’aumento dei trigliceridi e quindi del colesterolo nel sangue oltre ad avere effetti negativi sulla glicemia.

FONTE: Cristin E. Kearns, Laura A. Schmidt, Stanton A. Glantz, – Sugar Industry and Coronary Heart Disease Research. A Historical Analysis of Internal Industry DocumentsAMA Intern Med. Published online September 12, 2016

 Dott.ssa Chiara Cevoli

By | 2016-09-16T10:36:50+00:00 settembre 16th, 2016|Categories: Alimentazione|Tags: , , , , |4 Comments

4 Comments

  1. Emmanuela 16 settembre 2016 at 16:05 - Reply

    Nutrivoluzione!!!
    Come al solito Chiara, un ottimo articolo!

  2. Bruno 25 dicembre 2016 at 16:29 - Reply

    Ottimo articolo come solita fare Lei. Grazie. Non fa menzione però nella parte finale circa frutta, verdura e legumi che solito consumare giornalmente: restano OK oppure bisogna rivedere il loro consumo? Grazie e buone feste!!

    • Chiara Cevoli 2 gennaio 2017 at 12:03 - Reply

      grazie Bruno, il consumo giornaliero di alimenti vegetali è sempre una buona abitudine!

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